Site image
Site image

logo_casa_museo

 

English version in printable pdf


La vita, l’arte, l’amore, l’impegno politico, la fascinazione per il paesaggio, gli incanti notturni e i dialoghi con la luna…Tutto ciò risuona nelle stanze della casa dove Osvaldo Licini, uno dei più grandi artisti del Novecento europeo, ha trascorso quasi l’intera esistenza.

Il rigoroso intervento di restauro portato a compimento dall’architetto Manuela Vitali ne ha consolidato la struttura e insieme salvaguardato ed esaltato ogni traccia della presenza dell’artista, anche grazie al sapiente lavoro conservativo sui dipinti condotto dal restauratore Moreno Angelani. Gli arredi, gli oggetti, gli abiti - generosamente donati da Caterina Celi Hellström, figlia adottiva della moglie dell’artista - insieme agli scorci naturali godibili dalle tante finestre, consentono al visitatore di immergersi nella quotidianità e nella dimensione interiore che hanno costituito l’humus fecondo per l’estro creativo di Licini.

In questa casa Licini aveva le sue radici, qui i genitori da bambino l’avevano inspiegabilmente lasciato alle cure del nonno paterno Filippo una volta trasferitisi a Parigi, tenendo con loro la sorella Esmeralda nata due anni dopo di Osvaldo nella ville lumiere. Poi la frequentazione dell’accademia a Bologna e Firenze, la tragica parentesi della grande guerra, gli anni trascorsi facendo la spola tra l’elettrizzante ambiente artistico parigino delle avanguardie, la solarità matissiana della Costa Azzurra e la profonda quiete fermana. Nella casa di famiglia tornerà definitivamente nel 1926 portando con sé la pittrice svedese Nanny Hellström, conosciuta a Parigi, per sposarla proprio in quell’anno e condividere con lei l’isolamento su quel “cocuzzolo, da dove ogni sera vediamo calare il sole” scriveva l’artista in una lettera alla gallerista milanese Maria Cernuschi Ghiringhelli del 1944.

Esattamente nel mezzo del cammin della sua vita, a trentadue anni Licini dunque compie la sua scelta con un atto di assoluta libertà: il silenzio della campagna, il paesaggio permeato della medesima aura cosmica delle leopardiane colline recanatesi, il tempo scandito dall’avvicendarsi delle stagioni e dai lavori agricoli come nei portali delle cattedrali medievali fanno di Monte Vidon Corrado il luogo della creazione e della sua casa un “laboratorio d’arte sperimentale” come lui stesso la definisce in una lettera inviata a Marchiori nel 1939. Una casa abitata da due intellettuali di respiro europeo, un tempo piena di libri, riviste, cataloghi, frequentata negli anni Cinquanta da personalità del mondo artistico come lo storico dell’arte Degenhardt, critici come Marchiori e Apollonio, galleristi come i Ghiringhelli e Le Noci, collezionisti come Levi, Lombardi, Gori.

Qui Licini compie interamente, salvo i viaggi in Francia e in Svezia, il suo percorso artistico fino al 1958 quando, accolto da una grande festa con la banda, torna a Monte Vidon Corrado dopo aver ricevuto l’alto riconoscimento internazionale alla Biennale di Venezia. Qualche mese più tardi, nella sua camera dipinta in stile costruttivista, lascerà le vita terrena, spiccando definitivamente il volo verso quell’infinito al quale tutta la sua arte era stata protesa.