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LA VISITA ALLA CASA MUSEO OSVALDO LICINI

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In cima al piccolo borgo, la casa museo è una dimora padronale settecentesca strutturata su tre livelli: estremamente suggestiva è la cantina con volte in laterizio, dove Licini preparava personalmente i colori e dove si dice che tenesse le riunioni politiche, lui che dal 1946 al 1956 era stato sindaco del suo paese con la lista “Spiga di Grano”. Alla parete il crocefisso entro il cerchio di botte, così come lui usava tenerlo.

 

Al secondo livello vi è la zona giorno che comprende un’ampia sala molto luminosa dove ultimava le opere, avendo modo di osservarle da lontano e dove poi le conservava; qui sono oggi allestiti gli olii di collezione privata in esposizione temporanea insieme ad alcuni disegni del Centro Studi Osvaldo Licini.

 

La cucina, così come il bagno al piano superiore, presentano nell’arredo e nell’organizzazione dello spazio una grande modernità probabilmente dettata dal gusto nordico di Nanny. In una lettera all’amico Checco del 1932 Licini parla di mobili che erano stati sdoganati al porto di Ancona: probabilmente erano stati acquistati durante il viaggio in Svezia avvenuto tra l’estate e l’autunno del ’31. Nella cucina sono esposti due sportelli lignei appartenuti ad una credenza e dipinti dall’artista con un fiore ed un cavallo stilizzati, di matissiana memoria, prestati dalla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Ascoli Piceno.

 

Di fronte alla cucina la dispensa e poi il soggiorno, con i mobili scuri intagliati di provenienza svedese, il salotto fatto restaurare da Caterina Celi Hellström come tutti gli arredi nella casa. Alle pareti sono esposte le copie di due opere visibili alle spalle dei coniugi Licini in una foto d’epoca: l’Angelo ribelle notturno del 1954, oggi in collezione privata come il Ritratto della madre del 1922, per la prima volta riprodotto a colori.

Salendo le scale elicoidali si compie una sorta di “scalata al cielo”, per usare una locuzione liciniana: alzando lo sguardo, sul soffitto, si ammira la pittura murale realizzata da Licini alla metà degli anni Quaranta sui toni freddi dell’azzurro e del grigio, in cui le linee sinuose evocano traiettorie astrali in uno spazio selenico. Pare che Licini abbia ideato il dipinto per coprire la stuccatura di alcune crepe provocate dal sisma del 3 ottobre 1943: “Non saprete certo che il terremoto del tre ottobre ha danneggiato in parte la nostra casa, che ancora non abbiamo potuto riparare” scrive nella primavera del 1944 a Maria Cernuschi Ghiringhelli. La dimensione siderale con cui si identifica lo spazio pittorico, l’incisività e l’andamento inconfondibile del segno confermano l’autografia dell’opera e la collegano all’iconografia liciniana del figurativismo fantastico.

 

Sul terzo livello vi è la zona notte e lo studio con i cavalletti, i colori, i pennelli, i manifesti di mostre, la scrivania incrostata di impasti cromatici così come il davanzale dell’ampia finestra, il lettino dove l’artista spesso dipingeva semi-sdraiato per far riposare la gamba ferita sul Podgora durante la prima guerra mondiale. Luigi Dania, giovane avvocato studioso d’arte e assiduo frequentatre di casa Licini tra il 1947 e il 1958, raccontava che l’artista non usava aprire agli ospiti il suo studio.

 

Questo è il piano più luminoso, con molte finestre aperte sul paesaggio collinare. Dalle lettere apprendiamo il gusto particolare con cui Osvaldo e la consorte Nanny guardavano allo spettacolo della natura: “Adesso guardiamo dalle finestre crescere la primavera e i cambiamenti rapidi del cielo e dei verdi, e ci divertiamo come a teatro” scrive a Felice Catalini nel 1932.

 

La camera di Licini è in stile costruttivista, sulla parete a cui è addossato il letto c’è un’Archipittura giocata su di un modulo triangolare bianco, profilato di arancio su fondo nero, con al centro un quadretto della Madonna. Queste conservate nella casa sono le uniche pitture su muro realizzate da Licini.

 

Nella camera di Caterina sono esposte per la prima volta alcune opere di Nanny: tre dipinti e alcune prove giovanili di stampe d’arte datate tra il 1915 e il 1918. Originaria di Göteborg e di famiglia benestante, la pittrice svedese aveva studiato disegno e pittura presso la scuola di Belle Arti di Valand e poi a Parigi alla Academie Julian e l’Acadèmie de la Grande Chaumière, prendendo anche lezioni private da André Lhote. Donna colta ed energica parlava oltre alle lingue scandinave e all’italiano, il francese ed il tedesco: a Monte Vidon Corrado la chiamavano “la signora” e raccontano che era sempre disponibile ad aiutare chi era in difficoltà. Nella casa marchigiana Nanny portò oltre a diversi mobili anche molti oggetti dalla Svezia: i cavallini colorati (Dalahäst) sulla spalliera del letto, cofanetti lignei, il modellino della sua casa natale, tazze, brocche, bottiglie, candelieri, foto di famiglia.

 

Solo per i più arditi l’”ascesa al cielo” può spingersi oltre: salendo una scala di legno (non accessibile al pubblico) si giunge, attraverso una botola, alla soffitta e da qui ad un’altana da cui si dominano le colline solcate dalle geometrie degli appezzamenti agricoli, fino ai Sibillini che si stagliano all’orizzonte, e ci si sente quasi sopraffatti dall’immensità della volta celeste, entrando così in sintonia con il processo creativo di Licini.

 

La casa museo e soprattutto lo spazio della cantina, ospiteranno mostre di arte contemporanea o del Novecento.