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PERIODI PITTORICI

Osvaldo Licini nasce il 20 marzo 1894 a Monte Vidon Corrado, dove trascorre l’infanzia a casa dei nonni paterni perché la sua famiglia, già dal 1902, si era trasferita a Parigi: il padre lavorava come cartellonista, la madre dirigeva un atelier di moda, la sorella Esmeralda era ballerina all’Opéra.
Appena quattordicenne si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bologna, che frequenta fino al 1914, quando consegue il diploma al corso di pittura.
Nel 1913 aderisce al Futurismo e scrive, in sintonia con la carica rivoluzionaria, dissacratoria, irriverente del movimento, I racconti di Bruto.

 

Il periodo figurativo
Nel marzo 1914 espone per la prima volta con Mario Bacchelli, Giorgio Morandi, Severo Pozzati e Giacomo Vespignani in una collettiva allestita all’Hotel Baglioni di Bologna definita, per la sua tendenza antiaccademica, la “mostra dei secessionisti”.
Le opere che presenta in questa prima mostra rivelano come il giovane Licini, pur apprezzando il linguaggio eversivo della protesta contro le convenzioni artistiche e sociali e la vitalità blasfema del Futurismo, non ne fa suoi lo stile pittorico, le tematiche e le ricerche sul dinamismo.
Alla fine del 1914 si trasferisce all’Accademia di Belle Arti di Firenze dove segue i corsi di scultura e apre uno studio in via Landino. Continua le frequentazioni futuriste e nel 1915 parte per la grande Guerra. Ferito gravemente ad una gamba sul Podgora, viene condotto all’ospedale militare di Firenze dove conosce un’infermiera volontaria, Beatrice Müller, con cui ha una relazione e da cui nasce Paolo, l’unico figlio che riconoscerà subito dopo la seconda guerra mondiale. Convalescente e per sempre claudicante alla gamba destra, nel 1917 è a Parigi presso la madre, e qui inizia a frequentare il vivace ambiente artistico di Montmartre. L’amicizia con Modigliani, con cui condivide il carattere ribelle e anarchico, la conoscenza di Picasso, che in quel periodo curava scene e costumi dello spettacolo Parade di Cocteau, i contatti con la poesia simbolista saranno fondamentali nella sua formazione e ne condizioneranno le scelte successive. Oltre ai romantici Leopardi e Novalis, i poeti prediletti da Licini sono Apollinaire, Mallarmé, Rimbaud, Valéry e Campana.
Il suo soggiorno parigino è alternato con soste temporanee a Monte Vidon Corrado, a Fermo, dove è insegnante di disegno presso le scuole tecniche, a Montefalcone, ospite di Felice Catalini e a Porto San Giorgio, presso l’amico Acruto Vitali con il quale mantiene un costante legame, come dimostra il fitto epistolario.
Quando nel 1929 Licini si troverà a rispondere al questionario Scheiwiller, per una pubblicazione, ricostruirà schematicamente in questo modo la sua attività artistica fino a quel momento:

 

«1913-1915 Primitivismo fantastico
1915-1920 Episodi di guerra (quasi tutti distrutti)
1920-1929 Realismo?»

 

A Parigi apre uno studio al 28 Faubourg Poissonnière, inizia un’intensa attività espositiva con le mostre nei caffè, frequenta l’amico Mario Tozzi, Severini, Campigli, Severo Pozzati, De Chirico, De Pisis. Con questi condivide l’avvio dell’avventura “Italiens de Paris”, con loro espone nel prestigioso Salone d’Autunno, culla delle più audaci ricerche d’avanguardia, e al Salone degli Indipendenti.
La pittura di questi anni ci viene descritta dall’artista stesso in una lettera del ’35 al critico Marchiori:

 

«La mia pittura preastratta è pittura fauve che viene da Cèzanne, Van Gogh e
Matisse, tra i maestri di prim’ordine, e i miei disegni lo possono provare».

 

Di questo periodo è una serie di ritratti dedicati per lo più alla madre o a Nanny Hellstromm, la pittrice svedese conosciuta in Francia che sposa nel 1926 e con la quale condividerà la vita ritirata a Monte Vidon Corrado, nella casa paterna. Vicini alla temperie espressionista sono i ritratti di Nella, in cui la figura e lo sfondo hanno la stessa sostanza e il corpo acerbo e ossuto si svuota, si deforma. Questi dipinti del ’26 sono realizzati nella “profondissima quiete” di Monte Vidon Corrado, dove ormai l’artista si è stabilito definitivamente riconoscendo il suo paese come luogo della creazione. Il paesaggio marchigiano compreso tra la sinuosità dei Sibillini e le lontananze della marina Adriatica, aperto sull’infinità siderea è fonte di ispirazione primaria in tutto il percorso artistico di Licini.
Il ’26 è anche l’anno in cui Licini si avvicina al gruppo del Novecento partecipando a Milano alla Prima Mostra del Novecento Italiano ed esporrà anche alla seconda nel 1929. Ma si tratta solo di una condivisione esteriore, dettata da ragioni di opportunità pragmatica. Nelle sue opere non c’è mai quella pienezza di masse tipica del Novecento, i perimetri non esaltano il volume, ma lo aggrediscono, lo scavano; le linee scivolano. Senso della precarietà esistenziale, non tragico ma ironico, beffardo; non certo però classico, pacato dominio razionale della realtà.
Nel 1931 partecipa alla I Quadriennale romana, ma la mostra si rivela per l’artista un’esperienza amara, per cui segue un volontario isolamento. Sempre nello stesso anno compie un significativo viaggio in Svezia, dove risiede la famiglia della moglie. L’incontro con opere degli artisti impressionisti al museo di Amburgo, Manet, Renoir, Picasso, Cézanne, Lautrec, Degas; i quartieri della città di Göteborg, i musei di Stoccolma, tutto incide nella sua formazione pittorica.

 

LE OPERE DEL PERIODO FIGURATIVO

 

 

Il periodo astratto
È dall’aggressività preponderante del segno che si sviluppa la ricerca non figurativa dell’artista.
La “svolta astratta”avviene sul finire degli anni ’20, dopo aver fatto tabula rasa del periodo della pittura realistica, buona parte delle opere finisce al rogo, alcune vanno in soffitta. Licini tuttavia non espone subito i suoi dipinti. Fondamentale è il contatto con l’ambiente artistico francese e in particolare con il gruppo di Abstraction-Création stringe intanto contatti con la Galleria “Il Milione” di Milano e, quindi, con il gruppo di artisti astrattisti che vi si ritrovano: Ghiringhelli, Bigliardi, Reggiani, Melotti, Saldati, Fontana, Veronesi. Intorno al 1931 nascono le prime opere astratte. La conoscenza di Kandinskij e di Klee in particolare, si innesta sulla sua innata sensibilità per la linea. Il vocabolario di Licini astratto è attento alla geometria ma l’intensità cromatica irrompe nella struttura compositiva, evitando le campiture piatte e compatte alla Mondrian,  articolandosi in superfici pittoricamente sensibili vibranti in profondità tonali. L’equilibrio, tema dominante dell’astrattismo italiano, per Licini insofferente alle regole diventa squilibrio, bilico, ancora una volta espressione della precarietà esistenziale. È una geometria dettata dal cuore, una geometria che è diventata «sentimento».

 

LE OPERE DEL PERIODO ASTRATTO

 

 

Il periodo del figurativismo fantastico
Ad un certo punto Licini sente l’astrattismo come un’altra costrizione e dal 1938 inizia quel processo che lo porterà ad inventare un nuovo mondo poetico- figurativo, inizia la «scalata al cielo».
Nascono le sue creature inquietanti, affascinati, beffarde, eroiche, sensuali: gli Olandesi Volanti, le Amalassunte, gli Angeli ribelli, tutti alter ego del suo spirito libero.
Il passaggio dalla geometria ai Personaggi avviene con la mediazione di una serie di esperienze: i contatti con la rivista del filosofo Ciliberti “Valori Primordiali”che affidava alla magia, al mito, alla favola la ricerca della verità originaria; un nuovo viaggio a Parigi nel 1935, denso di incontri e di suggestioni (rivede Picasso che ha appena compiuto il suo capolavoro Guernica).
Nel Febbraio 1941 scrive a Ciliberti:

 

«Ti scrivo dalle viscere della terra la “regione delle madri” forse, dove sono disceso per conservare incolumi alcuni valori immateriali, non convertibili, certo, che appartengono al dominio dello spirito umano. In questa profondità ancora verde, la landa dell’originario forse, io cercherò di recuperare il segreto primitivo del nostro significato nel cosmo.[…] Cessato il pericolo, non dubitare, riapparirò alla superficie con la “diafanità essenziale” e “senz’ombra”. Solo allora potrò mostrare le mie prede: i segni rari che non hanno nome; alfabeti e scritture enigmatiche; rappresentazioni totemiche, che solo tu con la tua scienza potrai decifrare.»

 

L’Olandese Volante è un marinaio del mito norvegese condannato ad errare eternamente per aver sfidato Dio oltrepassando il Capo di Buona Speranza. È la metafora dell’impossibilità della conoscenza, del peccato di orgoglio che induce l’uomo a non accettare i propri limiti. Ma i Personaggi liciniani sono condannarti a non avere risposta, a errare senza meta nei cieli silenziosi della conoscenza. La criptografia liciniana composta da segni, lettere, cifre è simbolo dell’enigma dell’esistenza.
A partire dal 1945-’46 compariranno le Amalassunte.
L’Amalassunta è, come ha spiegato Licini nel 1950, «la luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco».
Amalassunta - luna, regina ostrogota e insieme dea mitologica, venerata in tutte le religioni come dea dell’oltretomba, ma anche come colei che governa i parti e le maree, le nascite e le rinascite; Amalassunta «perdutamente inabissata tra un seno a l’altro come ogni donna» è la personificazione dell’eros e della vita ultraterrena.
Oltre alle sollecitazioni culturali, nell’esito lirico dei dipinti liciniani hanno un ruolo importante le magiche suggestioni naturali del paesaggio notturno di Monte Vidon Corrado che con le sue colline sinuose, le ampie spazialità si offriva splendido dalla terrazza panoramica della casa di Licini. Non ultimo l’influsso leopardiano.
Verso al fine del decennio, accanto alle Amalassunte, compaiono gli Angeli ribelli. Anche questi uniscono in sé celestialità ed eresia, anche se all’idea di ascesa si sostituisce in essi quella della caduta.
Negli anni Cinquanta l’artista sviluppa i temi iconografici degli anni Quaranta. Le figura dell’angelo tende a geometrizzarsi, compaiono i “Missili lunari”, che ci ricordano che erano gli anni della conquista dello spazio, ma alludono ad un’esplorazione del cosmo che è più filosofica che tecnologica.
E il percorso esistenziale dell’uomo Licini? Dopo il matrimonio con Nanny l’artista, salvo qualche viaggio a Parigi, in Svezia e in altre località europee, non lascia il ritiro di Monte Vidon Corrado.
Personaggio eclettico e stravagante, desta curiosità ed interesse nei suoi compaesani che lo eleggono sindaco comunista per ben due volte (nel 1946 e nel 1951).
Il 1958 è un anno cruciale nell’esistenza dell’artista: in aprile è presente con 53 opere alla XXIX Biennale di Venezia, dove riceve il Gran Premio per la pittura alla XXIX Biennale di Venezia; l’11 ottobre muore nella sua casa di Monte Vidon Corrado.
Si conclude così, nel silenzio del suo rifugio, nell’incanto delle sue colline, lontano dalle luci della ribalta «l’ultimo viaggio della Angelo stanco caduto/ nell’immensità siderale».

 

LE OPERE DEL PERIODO DEL FIGURATIVISMO FANTASTICO